Paolo
Paolo è grande e grosso e ha gli occhi buoni. Di quelli che i bambini riconoscono subito, anche se appuntati sulla faccia di un gigante. Mio figlio Andrea lo ha visto solo una volta ma da allora mi costringe a disegnarlo con i suoi capelli corti corti e con quei grandi cerchi scuri proprio in mezzo al volto sorridente.
E li riconoscono, gli occhi buoni di Paolo, anche i ragazzini di strada, le piccole prostitute accolte nei centri di prima accoglienza, i vecchietti soccorsi dal pulmino del Comune di Roma attraverso il numero di SOS sociale. Sì perché Paolo lavora nel sociale, con una passione che compensa i magri introiti economici.
Paolo ha poco più di trent’anni e vive in Italia da dieci. La cittadinanza è rumena, ma da otto anni lavora regolarmente qui, ha una compagna italiana, paga le tasse. Fino al 2004 ha avuto un contratto a tempo indeterminato, poi il titolare del ristorante è morto lasciandolo privo di un lavoro e soprattutto di un amico e un fratello.
La vita di Paolo è costellata di abbandoni dolorosi, ma ancora una volta ha la forza di reagire: segue un corso da mediatore interculturale e si butta con entusiasmo in questa nuova esperienza. Si vede che è il suo lavoro. Basta parlargliene due minuti per capirlo. Ma è un lavoro fatto di contratti a progetto, di impegni di pochi mesi, di cooperative che spariscono al momento di pagare.
Ora, il precariato è una piaga per tutti. Ma per chi è soggetto a una legge nota come Bossi-Fini è un girone dantesco. Già perché Paolo, per rinnovare il permesso di soggiorno, ha bisogno di un contratto. E di un datore di lavoro disposto a figurare su quel contratto. Così, proprio in questi giorni, Paolo diventa vittima di una vicenda kafkiana, dove la burocrazia la fa da padrona.
Era il settembre 2005 quando, forte di un contratto di un anno, Paolo ha chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno. Ha avuto un cedolino che attestava la richiesta consentendogli di restare legalmente nel nostro paese ma impedendogli di espatriare e rientrare. La legge dice che il nuovo permesso deve arrivare entro 20 giorni. Si sa, però, che i tempi sono più lunghi. Ma quanto?
Per mesi Paolo fa continui pellegrinaggi in questura e nessuno sa dirgli nulla. Poi finalmente in agosto – a 11 mesi dalla sua richiesta – gli viene detto che il permesso è andato perso. Lo rassicurano però: sarà risarcito attraverso una proroga della scadenza, che sarà fissata a fine anno invece che a settembre.
Finalmente l’8 settembre di quest’anno Paolo ritira il nuovo permesso di soggiorno: scadenza 30 settembre.
Quindi: 343 giorni di attesa per un permesso che ne vale 22. E 60 giorni per trovare un contratto qualsiasi che gli consenta in tutta fretta di chiedere il rinnovo. Si sa come funziona: ci sono datori di lavoro che ‘vendono’ i contratti agli stranieri. Ma non si sa – almeno non mi era così chiaro – che è lo stesso stato a mettere gli immigrati in mano ai ricattatori strozzandoli con la burocrazia.
Lo stesso giorno in cui ha ritirato il pezzo di carta in questura, Paolo è montato sul pulmino del SOS del Comune.
Mi piacerebbe che questa storia girasse, come le mille altre che rimangono sepolte nella nostra falsa buona coscienza. Paolo ha scritto a un giornale. Per come li conosco, difficilmente ne verrà fuori qualcosa. Ci sono le eccezioni, certo. Vedi l’inchiesta dell’Espresso sui nuovi schiavi in Puglia. Ma sono, appunto, eccezioni. Eppure credo che, prima che per lui, mobilitarsi in queste situazioni sia necessario per noi. Almeno per chi non vuole vergognarsi a pensarsi italiano.
Oggi io mi vergogno.