In movimento
Ci sono diverse strategie per affrontare i momenti difficili.
C’è chi si fa aiutare, c’è chi fa yoga, c’è chi cammina, c’è chi accarezza un gatto, c’è chi parte e c’è chi torna.
Io ho un trucco più semplice. Penso a come sarò nel futuro. Ma non in un futuro remoto, tra dieci anni poniamo. In un tempo molto più prossimo, più vicino. Diciamo sei mesi. È quanto mi basta per tirare il fiato. E insieme per gettare un occhio su di un orizzonte insondabile.
Alcuni dati sono certi – per quanto lo possa essere qualsiasi proiezione nel futuro. Tra sei mesi avrò compiuto 32 anni festeggiandoli a Genova. Mio figlio ne compirà tre e per allora dovrebbe aver tolto il pannolino (e qui c’è già una buona dose di speranza: oggi, alle mie richieste insistenti di servirsi del water risponde “mamma, non è un problema serio”). Il mio romanzo dovrebbe essere finito, o al più in fase di rifinitura. Gli impegni che, in questo periodo, mi fanno chiedere la sera che fine hanno fatto le 24 ore dovrebbero essersi diluiti. Le domande che ho fatto e che mi sono fatta dovrebbero aver trovato una risposta.
Il resto è spazio per la fantasia. Dove sarò tra sei mesi esatti? Vediamo, il 29 marzo alle 22.49. Probabilmente a letto, in un letto. Con chi avrò trascorso la giornata? Con mio figlio senz’altro, ma poi? Che lavoro farò, cosa starò leggendo? Se all’immaginazione mischio appena un po’ di desiderio, lontana da qui, con un lavoro diverso ma sempre con un buon libro in mano.
In fondo, basta il pensiero di me tra sei mesi a mettermi tranquilla. L’idea che – a meno di eventi irrimediabili – questo momento sarà passato. Bene o male. Comunque finito. Basta l’idea del tempo che passa, e passando muove quello che tocca, come il vento a confondere i contorni in una fotografia.
È la stasi che mi spaventa. La claustrofobia è appena dietro l’angolo – tempo asfittico, non spazio angusto. Per questo mi fermo poco, o niente. Per questo, nonostante tutto, preferisco il tempo che corre al tempo che si arresta.
E torno a correre anch’io.