ottobre 17

Come nascono le favole?

Stuoli di antropologi, studiosi delle tradizioni e delle culture, letterati si sono misurati su questo tema. Orde altrettanto oceaniche di mamme lo hanno affrontato – e risolto – nella pratica quotidiana.

Io, come molti altri bambini, avevo le ‘mie’ favole, quelle inventate in seno alla famiglia. Mia madre raccontava Rosa Rosa e Cinghialetto, appassionante storia delle avventure di un maialino e un cinghiale. Mio padre, nato in un paese di mare, ci affascinava con la storia della Cernia Filippo, dispettosissimo pesce che gabbava tutti i pescatori.

Da qualche settimana anche mio figlio Andrea ha la sua storia, quella di Pietro e il cavallo Giovanbattista.

In un primo momento pensavo di trascriverla per intero. Ma poi ho deciso che avrei tradito la pura oralità del racconto. Voglio quindi limitarmi a indagare il modo in cui si è costruita: nell’arco di mezz’ora ma raccogliendo spontaneamente esperienze diluite nel tempo.

È successo che Andrea, in questo periodo, è svogliato a mangiare. È successo che io, come molte mamme, sono presa dall’ansia se Andrea non mangia. È successo che la necessità aguzza l’ingegno e che il racconto toglie la noia al pasto e diventa un pungolo a finire (‘se non mangi, smetto di raccontare’).

Quella mattina – un sabato – eravamo stati in una cooperativa agricola vicino Roma. Una moderna fattoria dove i bambini cittadini scoprono quanto sono grandi le mucche, quanto puzzano le galline, quanto sono teneri i maialini appena nati, come è fatto un trattore e così via. Andrea ha i nonni in campagna, quindi un po’ di bestie le conosce, ma l’esperienza lo ha colpito lo stesso. In più abbiamo incontrato il suo amico del cuore del nido (eh già, a due anni e mezzo ha preferenze già più che definite): Pietro. I due hanno scorrazzato qualche ora e sono rimasti entusiasti.

Così la sera quella della fattoria mi è sembrata l’ambientazione più affascinante per la mia storia, e Pietro il nome adatto per il protagonista. Avevamo poi effettivamente notato, la mattina, un cavallino molto piccolo, bianco a macchie nere, che nella favola è diventato Giovanbattista. La caratteristica di questo cavallo? Mangia solo spaghetti al pomodoro, guarda caso la cena prevista quella sera per Andrea.

Il meccanismo della favola è venuto su da solo. Rottura della normalità: Pietro, come tutti i giorni, va a prendere la farina al mulino per fare gli spaghetti, ma la farina è finita. Peripezie: Pietro va a chiederne in prestito alla fattoria vicina, ma si rompe il trattore, la contadina dorme, i pomodori non sono maturi…Scioglimento e lieto fine: gli spaghetti sono più buoni del solito e Giovanbattista ne mangia così tanti da diventare enorme, superare le nuvole con la testa e portare Pietro in giro galoppando per mari e monti.

Ora, la cosa divertente è che la durata della storia è perfettamente commisurata a quella prima cena. Ma che da quel momento io non posso più cambiarne una parola, senza incorrere nel severo ammonimento di Andrea (‘no mamma, non dice povero me, dice mamma mia’!)

La favola funziona perfettamente, è utile allo scopo (far mangiare Andrea) e organica nel suo svolgimento. Solo che adesso non riesco più a leggere un libro al piccolo senza pensare alla genesi di quelle parole e di quei personaggi: magari il panettiere dei fratelli Grimm, la suocera di Perrault, l’amante di Andersen.

Anche Andrea deve farsi di queste domande, se di fronte al pancione di un’amica incinta ha voluto accertarsi che il bambino lei non lo avesse mangiato come il lupo Cappuccetto Rosso!