ottobre 26

Napoli Mergellina. Un muro costeggia la ferrovia all’uscita dal tunnel. Sporge un piccolo balcone dove un uomo in canottiera raccoglie panni stesi. Pochi metri e c’è un’edicola della madonna con scritte al neon. Il binario è sopraelevato rispetto alla strada, il treno ferma accanto al frontone di una chiesa che si presenta di sghembo.

Viaggio da Roma a Catania. In treno, come sempre. È il 22 ottobre, scendo per lavoro.

Oggi mare e cielo sono dello stesso colore, solo con sfumature diverse. Le nuvole compatte sembrano piumini imbevuti di talco grigiastro mentre il mare è stagnola stropicciata. Ma vista dal rovescio, dal lato opaco. Solo la linea dell’orizzonte porta le tracce diffuse di un celeste pallido. Se del cielo o del mare, non è chiaro.

È come se il mio viaggio cominciasse qui, intorno a Napoli. Dal punto in cui, sollevando lo sguardo dal libro, l’ho lasciato cadere in mare. Dopo tanto grigiume di nord, questo color polvere bagnata odora già di mezzogiorno.

Il cicaleccio di una donna nella carrozza accanto inciampa, e cade, su un congiuntivo.

La Calabria arriva come frustate di pioggia diagonale sui finestrini. Il cielo, in alto, ha virato al nero pur mantenendo l’aspetto spumoso delle nuvole. Il vagone ristorante – previsto – non c’è. Restano questi crackers collosi e dolciastri che legano i denti. Pagati una cifra esorbitante sul baracchino ambulante.

Poi: basta un tunnel e il sole compare sopra a nuvole sparse. Il cielo proprio non ce la fa a diventare azzurro ma il mare acquista bagliori metallici. Non sono stanca. Comunque sono passate solo quattro ore, un terzo circa del viaggio.

Inizia la distesa delle case abusive. Nascono sulle spiagge come funghi. Hanno le fogge più varie. Brutalizzano un lungo tratto di costa dove la bellezza del mare meriterebbe ben altro argine.

E alla fine arriva anche l’abbordaggio. Scalcinato come il viaggio. Lui ha l’aria dell’impiegato quarantenne che se li porta male. Timido all’inverosimile, mi si rivolge sussurrando. Io intervallo l’aria scocciata con sonori ‘eh?’. Detesto non sentire quello che mi si dice. Siamo a Paola, lui scende a Lamezia. Mi ha fatto due ore di poste in corridoio per rivolgermi la parola mezz’ora prima dell’arrivo. Scambiamo poche frasi e se ne va senza avermi nemmeno detto come si chiama, o averlo chiesto a me.

Il mare è diviso in due fasce, ora. All’orizzonte è blu scuro, sotto costa turchese. I colori del Tirreno che mi accompagnano dall’infanzia. Più ci spostiamo al sud, più il tempo migliora. I toni tornano caldi, il sole schietto. Anche il cielo tende all’azzurro, seppure striato di nuvole. È come se le ore avessero camminato al contrario, dal buio alla luce. Tra mezz’ora passeremo lo stretto di Messina.

E poi la traversata al tramonto, in piacevoli chiacchiere con un violinista della Scala che va a tenere un concerto a Messina col suo quartetto d’archi. La luce rosa sul sottile braccio di mare rende il paesaggio incantevole. E ringrazio il cielo che la balzana idea del ponte sia naufragata (pensare, poi, che da Messina a Catania – neanche cento chilometri – il treno impiega due ore!) L’aria schiaffeggia la gola ma è tiepida e densa, pastosa, non fredda e tagliente come quella del nord.

Adesso è buio. Abbiamo lasciato Messina da un po’. Guardo fuori – non so dove siamo – e vedo una barchetta sistemata entro lo spazio di un parcheggio per auto.

E a un tratto una striscia rossa nel nero assoluto del cielo. Ci metto qualche istante a realizzare: è lava che, lenta e maestosa, cola sul fianco dell’Etna.