La libertà del limite
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe, che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
No, nessun commento, nessuna analisi testuale né critica letteraria. Solo una riflessione di questi giorni che mi ha riportato ai versi leopardiani. A quella siepe, soprattutto, che limitando la vista libera l’immaginazione.
Parlavo giorni fa con un amico della libertà e del limite nelle espressioni artistiche. La discussione è nata dalla scultura, si è estesa alla pittura ed è approdata alla letteratura. Poi le parole che ci siamo detti sono ingrassate, sono cresciute. E oggi mi sono trovata a rimbalzarle su un altro, di amico.
Dicevo al primo – e ripetevo al secondo – che quando scrivo sento la necessità di una struttura. Uno scheletro, un’armatura, un’anima di acciaio che regga le parole e tenga insieme le storie. Un bisogno, il mio, che ho trasportato sulla pagina direttamente dall’esperienza della pittura. Dove mi trovavo uno spazio da organizzare. Quella che si può chiamare composizione, la partitura geometrica e cromatica della tela.
Ecco, anche nei quadri ho sempre cercato una struttura ponendomi dei limiti spaziali e coloristici che miravano in qualche modo a un equilibrio. E lo stesso faccio quando scrivo. Cerco – istintivamente – di pormi un limite proprio nell’organizzazione della narrazione. Un confine che diventa l’orizzonte della pagina, del racconto, del libro.
Nel caso di Quello che non ti ho detto questa impalcatura è di carattere tematico – tutti i racconti sono dialoghi mancati – ma anche compositivo (la ripetizione dell’incipit, la scansione con il ritornello del ‘Non ti ho detto’). È un limite netto, eppure non l’ho vissuto come castrante, anzi. È stato lo stimolo all’immaginazione, lo spauracchio contro la banalità. Quanto questa operazione sia riuscita non mi importa qui giudicarlo.
Altrettanto mi succede adesso che sono alle prese con il mio primo romanzo. Ho imposto una struttura rigida, eppure affronto spazi che mai avrei immaginato. Quel confine, quell’orizzonte che delimita ogni pagina fa crescere la libertà della mia scrittura. È come tuffarsi con il salvagente: si va giù tranquilli, rilassati, con i muscoli distesi. A me succede qualcosa del genere. Proprio il fatto di essermi imposta un limite mi distende, mi apre la mente, mi scioglie la penna.
È la foglia della siepe di Leopardi, che guardo: dietro non ci sarà l’infinito e l’incommensurabile ma solo il piccolo, rotondo, mondo di un libro.